Il portale dei Lègor
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| Curt dèi Lègor | |
Nel 1984 in Sommavilla(quartiere della parte alta del paese) a fianco del numero civico 8 la parete sud di uno stabile di proprietà di alcune famiglie Cocchi ,disabitato da tempo,crollò e così pure il portale ad arco a quello unito mediante un muro di un metro di larghezza anch’esso caduto;soltanto la spalla sinistra rimase in piedi perché attaccata all’angolo di un’altra casa.
Questo arco, composto da 12 pietre bianche in parte calcaree in parte di roccia cristallina o quarzifera di pregevole fattura, era però costruito in modo irregolare cioè non allineato nelle spalle(sghembo) e mancante di due pezzi nella volta,di cui uno era la chiave.
Negli anni ’80 il sottoscritto,ammirato dal tale manufatto perché unico nel suo genere in paese(di portali ce ne sono molti), con un chiodo asportando un po’ di malta da intonaco da un pezzo della spalla di sinistra come per pulirlo,scoprì una data in corsivo ,m.cccc.l.(1450).
Durante il Rinascimento(‘400-500)tutti sanno che in Italia ci fu un forte sviluppo economico che sicuramente fece sentire i suoi effetti anche in zone periferiche come la Valle Canonica per cui pure le corti di Braone furono dotate di portali che non avevano solo la funzione pratica di sorreggere i pesanti portoni di castagno o di larice ma anche finalità estetiche.
Dopo il crollo i proprietari fecero subito ricostruire la parete e i sassi lavorati dell’arco, con quelli del muro. che univa il portale all’edificio, furono ammucchiati nel cortile.
Avendo io amore per l’arte in genere ho pregato uno dei proprietari(Cocchi Antonio),che per coincidenza era pure scalpellino,di ripristinare e di restaurare l’arco. Ad aumentare il mio interessamento al recupero di questo manufatto artistico-storico fu un altro momento fortunato e cioè quando dopo alcuni mesi trovai tra i sassi ammucchiati nel cortile la chiave di volta spezzata in due con la scritta in numeri arabi(guarda il caso) coincidente con quella che già conoscevamo , 1450 unita al segno solito della croce.
Se incollare i due pezzi della chiave non era un problema ,il difficile fu reperire un masso di discreta dimensione, dello stesso colore ,dello stesso tipo di pietra e della stessa grana per produrre l’ultimo pezzo mancante al fine di ricostruire l’arco a tutto sesto. Allora cercai lungo tutto l’alveo del torrente Palobbia un masso che potesse essere idoneo allo scopo ma non ebbi fortuna. La fortuna tuttavia mi venne incontro quando un giorno,mentre riferivo l’esito negativo delle mie ricerche ad Antonio Cocchi,vidi proprio nel suo laboratorio all’aperto un sasso con le caratteristiche richieste. A questo punto lo scalpellino rinunciò al disegno che aveva in mente per quel sasso(aveva già cominciato a scavarlo per farne una piccola fontana e se ne vedono ancora i segni) e subito si mise all’opera per realizzare il pezzo curvo della volta.Dopo qualche giorno(nella primavera del 1985) l’arco fu ricostruito e a tutt’oggi lo si può ammirare nella sua bellezza originaria.
Non è dato sapere da chi fu realizzato(gli scalpellini in tutti i tempi non sono mai menzionati ,solo gli artisti e gli architetti passano alla storia) e se è stato costruito con trovanti del posto o se è proveniente da un altro luogo e quindi riutilizzato. A me fa piacere credere che a lavorare le pietre sia stato uno scalpellino di Braone del ‘400 e che le pietre siano state reperite nel torrente Palobbia.
Braone19 Dicembre 2007
Prandini Rino




